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Novembre, il mese delle donne

NOVEMBRE, IL MESE DELLE DONNE, di Valentina Mariani

Novembre è “il mese delle donne”, da quando, nel 1999, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite istituì la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La data individuata per la ricorrenza fu il 25 Novembre, giorno in cui, nel 1960, le tre sorelle Mirabal furono torturate e poi uccise brutalmente dal regime dominicano di Léonidas Trujillo mentre si recavano in prigione a trovare i rispettivi mariti, rinchiusi per opposizione alla dittatura militare. Ogni anno ci sono iniziative in tutta Italia – per restare a noi – che cercano di celebrare la creatività e le capacità delle donne, e di portare alla luce del pubblico dibattito e di serie riflessioni politico-culturali la questione della violenza perpetrata ai loro danni, che vede nel nostro Paese un numero sconcertante di femminicidi, compiuti per lo più da (ex) mariti e (ex) “compagni”. Costoro non riconoscono la (originaria) libertà (ai maschi invece data “per natura”, senza esitazione alcuna) della donna di scegliere ed essere in maniera incondizionata, e di essere felice, anche sola, cioè non dipendente da una relazione, da un uomo.

A questa minaccia costante e quotidiana della indipendenza e della vita stessa della donna si somma la sconsiderata proposta del senatore leghista Pillon, avvocato bresciano e organizzatore dei “Family Day”, che vuole riformare in senso oscurantista, maschilista, medievale, il diritto di famiglia. Tra le altre cose, egli vuole introdurre il ricorso all’istituto della mediazione familiare, ovvero l’obbligatorietà, per i coniugi che intendono separarsi, di passare attraverso un procedimento a pagamento di mediazione. Si dà il caso che il suo studio legale si occupi proprio di questo e che il senatore abbia conseguito un Master in Mediazione familiare e già sul suo sito anticipa l’introduzione di tale istituto. Cosa c’è di normale e di morale in tutto questo…? Si tratta di un’altra forma di conflitto di interessi… Oltre a questo, vi è un insopportabile ritorno al privato (e al ricatto del pagamento) per trattare questioni di portata politica e culturale. Il decreto vuole essere un primo passo per l’abolizione delle unioni civili e del diritto all’interruzione di gravidanza; si propone di contrastare la cosiddetta “alienazione parentale” – che limita la presenza di un genitore, per lo più il padre, in caso di attriti e/o violenze tra i due genitori) e introduce la previsione della bigenitorialità perfetta(ovvero di perfettamente equa suddivisione dei tempi di gestione e di affido dei figli, rendendo di fatto i minori dei pacchi da spostare con cronometrica precisione da un genitore all’altro). In caso di violenza domestica, purtroppo assai diffusa, non può essere contemplabile l’affido condiviso: è un ricatto tacito fatto alla donna, una causa possibile di impedimento di denuncia. La donna diviene così minacciabile, perché economicamente è quasi sempre più debole. Per contrastare questo possibile, incredibile regresso, che porrebbe la donna in una situazione di subalternità e dipendenza, visti i diversi livelli di impiego, nonché di guadagno, tra i due sessi, in tutta Italia sono state organizzate, sabato 10 Novembre, delle manifestazioni. La CGIL vi parteciperà attivamente. 

E proprio nella Camera del Lavoro di Bologna, Giovedì 8 novembre 2018, ha avuto luogo un interessante convegno promosso dallo SPI dal titolo “Donne e relazioni di genere sulla scena sociale e politica degli anni Settanta”. Le relatrici presenti sono state: Mirella Signoris, della Segreteria dello SPI di Bologna, Elisabetta Perazzo, dell’archivio storico “Paolo Pedrelli” della CGIL di Bologna, Elda Guerra, storica del movimento femminista, Flavia Franzoni, già docente alla Facoltà di Scienze Politiche ed esperta di servizi sociali, Laura Pennacchi, economista, ed Anna Salfi, della Segreteria della Camera del Lavoro di Bologna.

I temi trattati sono stati tanti e, soprattutto, i tagli sono stati differenti, integrandosi per creare un quadro storico ed epistemologico  molto articolato. Gli anni Settanta sono stati un decennio cruciale per le conquiste legislative delle donne. Le leggi approvate sono state molteplici ed hanno da un lato riformato il diritto di famiglia, dall’altro portato un maggiore equilibrio etico e sociale tra i due sessi e garantito alle donne la possibilità di autodeterminarsi e di liberarsi dal vincolo opprimente della subalternità anche formale al marito.

Nel 1970 veniva introdotto nel regolamento italiano il divorzio, nel 1971 la Legge sulla tutela delle lavoratrici madri, del 1975 è la Legge che istituisce i consultori, nel 1977 ci fu la Legge sulla parità retributiva, nel 1978, finalmente, la 194, la legge che garantiva alle donne il diritto di interrompere la gravidanza. A tale proposito, Elda Guerra ha ricordato le parole di Tina Anselmi, grande donna politica, la quale dichiarò, all’epoca, che, nonostante in coscienza non la condividesse, era un Ministro della Repubblica Italiana e aveva il dovere di votarla. Un grande insegnamento da parte di una donna di spessore. 

È importante anche ricordare, a proposito di stupri e “matrimoni riparatori” che tale reato è divenuto reato contro la persona, in maniera chiara e inoppugnabile, soltanto nel 1996 (!); prima era definito reato contro la “morale familiare”: contro un concetto, cioè, contro un habitus, non contro un essere umano… 

Negli anni Settanta si iniziarono ad organizzare, ha raccontato la Guerra, anche corsi per sole donne, sia lavoratrici che casalinghe. Uno degli slogan del tempo, molto efficace, era: “Più polvere dentro casa, meno polvere nel cervello!”. Le femministe cominciarono a spingere di più sul concetto di differenza che su quello di uguaglianza, ravvedendo in quest’ultimo un pericolo di omologazione da un lato e di asservimento all’uomo su un terreno suo da secoli e per secoli, dall’altro. Così si iniziò a pensare che per raggiungere una parità formale e sostanziale si dovessero (solo in apparenza paradossalmente) rimarcare e rivendicare le differenze.

Flavia Franzoni ha, tra le altre cose, ricordato come già nel 1950 la CGIL parlasse dell’importanza di avere un sistema sanitario nazionale, introdotto poi nel 1978. Mettendo insieme questi colti ed illuminanti contributi, appare chiaro quanto sia importante conoscere la storia e le sue evoluzioni, i suoi micro- e macro-movimenti, chi siano i protagonisti pubblici e meno noti oggi, e quanto queste evoluzioni e questi movimenti spieghino cosa accade ora e cosa dobbiamo impedire che accada. Il lavoro di tessitura culturale e politica fatto dalla CGIL nel nostro Paese è imprescindibile e ciò deve essere ricordato, o conosciuto, per potere essere utilizzato, integrato, riproposto nella (impoverita) attualità che ci circonda.

L’economista Pennacchi ha puntato la sua attenzione sulla traslazione alla sfera privata della discussione intorno ai valori che ne indebolisce la portata consapevole e collettiva e sulla definizione di economia da parte di Keynes: “una scienza morale”, non naturale e quindi illimitatamente arbitraria.

Non si deve dimenticare che questo decennio “magico” è iniziato anche con l’approvazione dello Statuto dei Lavoratori. È chiaro, come ha detto Anna Salfi, che le leggi sono l’esito di processi socio-culturali e che, al contempo, determinano e determineranno la storia che verrà. Alla luce di questo, risulta ancora più chiaro quanto la proposta di Pillon possa mettere in discussione un’intera stagione di conquiste che, senza la presenza e la partecipazione dei movimenti delle donne, non ci sarebbe stata. 

C’è bisogno di integrare gli uomini in questi processi di creazione di senso comune e di diritto alle pari opportunità. Non bastano le c.d. “azioni positive”, citate sempre dalla Salfi, la cui previsione normativa è del 1991. Tali azioni sono una sorta di discriminazione al contrario che si utilizza, pro tempore, in casi di mancata uguaglianza delle opportunità (retributive, di carriera, a causa del genere, del colore della pelle, etc.) e che puntano a rimuovere gli ostacoli che impediscono una parità formale e sostanziale di una categoria. La Salfi ci ricorda Don Milani, il quale disse che fare parti uguali tra diseguali perpetua le diseguaglianze. Siamo ancora in parte in questa situazione: dalla famiglia alla scuola alla vita quotidiana occorre, in maniera indefessa, trasmettere valori, parole e azioni di uguaglianza che impediscano l’emergere di violenze brute e animali contro le donne, lavorando su concetti di pari dignità, pari libertà, pari responsabilità, nella sfera pubblica ed in quella privata.

 

 

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